Pater Noster

Il Padre Nostro nel vissuto dei santi

Vogliamo concludere, con queste pagine, la pubblicazione delle testimonianze relative all'impatto della preghiera del "Padre nostro" nella vita dei santi, propostaci da padre Antonio Gentili.

 

VITTORE
(sec. VII) santo
Sacerdote ed eremita della Gallia

Mentre si avviava per la celebrazione eucaristica e dopo aver vegliato in orazione lungo la notte, si ferma all'ascolto di una turba di angeli che recitavano la preghiera del Signore nella sua interezza, fino al Liberaci dal male. "Ah!, Signore Gesù - esclamò - e come sono fatto degno di sentire con le mie orecchie dalle voci celestiali degli angeli la preghiera che tu, Signore, hai insegnao ai tuoi discepoli?" (Acta sanctorum, 3, 672)

ANGELA DA FOLIGNO
(1248c.-1309) beata

Sposa e madre, terziaria francescana, dettò un Memoriale in cui sono riprese le sue esperienze mistiche. Con ogni probabilità recitava una specie di salterio sostitutivo, costituito da una corona di Pater. "...Una volta ero andata in chiesa e avevo pregato Dio che mi facesse qualche grazia. E mentre pregavo, mi pose nel cuore il Pater noster con una grandissima e chiara intelligenza della bontà divina e della mia indegnità. E dicevo quel Pater noster oralmente con tale lentezza e con tale cognizione di me medesima, che, benché da una parte piangessi amaramente per i peccati e per la mia indegnità che allora venivo conoscendo, tuttavia ebbi proprio da lì una gran consolazione; e allora cominciai a gustare qualche poco della dolcezza divina, perché conoscevo meglio la bontà divina lì che in qualunque altra cosa; ma ora la trovo in modo anche migliore. Tuttavia siccome in quel Pater noster mi fu scoperta la mia indegnità e i miei peccati, cominciai a essere assalita dalla vergogna, e in modo tale che non osavo alzare gli occhi. Ma feci ricorso alla beata Vergine, perché lei impetrasse per me il perdono dei peccati. Ed ero ancora nell'amarezza a causa dei peccati. E in qualunque dei passi sopraddetti fui fermata per un buon tempo prima di potermi muovere verso un altro passo. Ma in un passo dimorai più a lungo, in un altro meno". (Il Libro dell'esperienza, Milano 1992, pp. 77-78)

PAOLO DELLA CROCE (1694-1775) santo
Fondatore dei Passionisti e grande mistico

"Era tanto grande l'amore che egli aveva a questo angelico esercizio di orare mentalmente, che quando usciva qualche volta per pigliare un poco d'aria, il suo sollievo principale era l'internarsi intimamente in Dio. A tal effetto mi ricordo in particolare, che un giorno di vacanza, essendo andati secondo il solito tutti gli studenti a spasso, dopo vespro all'improvviso vedemmo il nostro padre Paolo che se ne stava sotto certi alberi ombrosi, e accostandoci lo trovammo che senza cappello stava passeggiando tutto assorto in Dio. Io che ero più ardito di altri, mi avanzai a interrogarlo e, vedendo che egli teneva in mano la corona di Nostro Signore, con confidenza gli dissi: "Eh che dice la corona?" Ed egli mostrandola ci fece vedere che ancora stava al principio di essa, cioè al primo Pater noster, e propriamente a quelle parole Pater noster qui es in coelis, tutto che fosse già qualche tempo che passeggiava a quell'ombra, dandoci chiaramente a divedere che contemplava il profondo mistero che si conteneva in quelle dolcissime parole. E di ciò non ne dubito affatto, perché il Servo di Dio... mi esortava che facessi la mia orazione sopra queste medesime parole: Pater noster qui es in coelis, e poi mi soggiungeva: "Dì così: Pater noster qui es in coelis, e poi sta zitto e lavora con l'interno". (I Processi di beatificazione ecc. di S. Paolo della Croce, Roma 1976, 3, p. 461)

TERESA DI GESù BAMBINO
(1873-1897) santa
Dottore della Chiesa, autrice di un'autobiografia intitolata Storia di un'anima. "Qualche volta, se il mio spirito è in un'aridità così grande che mi è impossibile trarne un pensiero per unirmi al buon Dio, recito molto lentamento un Padre nostro o l'Angelus Domini... allora queste preghiere mi rapiscono, nutrono l'anima mia ben più che se le avessi recitate precipitosamente un centinaio di volte". (Manoscritto autobiografico C, 318)

SIMONE WEIL
(1909-1943)

Di origine francese, prese parte con i repubblicani alla guerra civile spagnola e trasferitasi a Londra sostenne l'operaismo anarchico. Fece dell' "attesa di Dio" la ragion d'essere della propria vita spirituale e approdò alla fede attravero un'appassionata ricerca.

Nei Diari ha lasciato scritto che "nessun essere umano è figlio di Dio, eccetto quando il Verbo, Figlio unico di Dio, entra in lui e utilizza la sua bocca per dire a Dio: Padre". (Quaderni, Milano 1993, 4, p. 93) In merito al Padre nostro scrive: "...Non si può concepire una preghiera che non sia già contenuta in questa. Essa sta alla preghiera come Cristo all'umanità. È impossibile pronunciarla una volta sola concentrando su ogni parola tutta la propria attenzione senza che un mutamento reale, sia pure infinitesimale, si produca nell'anima". (Attesa di Dio, Milano 1982, p. 194) Ecco la testimonianza si Simone Weil: "L'estate scorsa (1941), quando studiavo greco con T., avevo fatto per lui una traduzione letterale del Padre nostro in greco. Ci eravamo ripromessi di studiarlo a memoria. Credo che lui non l'abbia fatto, e neppure io in quel momento. Ma qualche settimana dopo, sfogliando il Vangelo, mi sono detta che poiché me l'ero ripromesso ed era una buona cosa, dovevo farlo. E l'ho fatto. La dolcezza infinita del testo greco mi prese a tal punto che per alcuni giorni non potei fare a meno di recitarlo fra me continuamente. Una settimana dopo cominciò la vendemmia, e io recitai il Padre nostro in greco ogni giorno prima del lavoro, e spesso lo ripetevo nella vigna. Da allora mi sono imposta, come unica pratica, di recitarlo ogni mattina con attenzione totale. Se mentre lo recito la mia attenzione si svia o si assopisce, anche solo un poco, ricomincio daccapo sino a quando non arrivo a un'attenzione assolutamente pura. Mi accade talvolta di ripeterlo una seconda volta per puro piacere, ma lo faccio solo se il desiderio mi spinge. Il potere di questa pratica è straordinario e ogni volta mi sorprende, poiché sebbene lo esperimenti tutti i giorni, esso supera ogni volta la mia attesa. Talora già le prime parole rapiscono il pensiero dal mio corpo e lo trasportano in un luogo fuori dello spazio, dove non esiste né prospettiva né punto di vista. Lo spazio si apre. L'infinità dello spazio ordinario della percezione viene sostituita da un'infinità alla seconda e talvolta alla terza potenza. Nello stesso tempo, questa infinità dell'infintà si riempie, in tutte le sue parti, di silenzio, ma di un silenzio che non è assenza di suono bensì l'oggetto di una sensazione positiva, più positiva di quella di un suono. I rumori, se ve ne sono, mi pervengono solo dopo aver attraversato questo silenzio.
Talvolta anche, mentre recito il Padre nostro oppure in altri momenti, Cristo è presente in persona, ma con una presenza infinitamente più reale, più toccante, più chiara, più colma d'amore della prima volta in cui mi ha presa". (S. Weil, Attesa di Dio, Milano 1982, pp. 34-35. Alle pp.183-194, sotto il titolo "A proposito del Pater", spiega le singole invocazioni. Quanto sopra si trova anche nei Quaderni, Milano 1994, I, pp. 69-70)



Si rimandano i lettori alla monografia 38 (Primavera '99) per la prima parte dell'articolo
Tavole a cura di Don Giuseppe Sala

Invocare Dio come Padre significa riconoscere nel suo amore la sorgente della vita.
Nel Padre celeste l'uomo, chiamato ad essere suo figlio, scopre di "essere stato scelto prima della creazione del mondo, per essere santo ed immacolato al suo cospetto nella carità" (Ef 1,4)
Giovanni Paolo II

 
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